Ponzano Paderno Merlengo - ieri e oggi

A DOTA (la dote)

Nelle povere comunità rurali la dote costituiva l’unica proprietà femminile e pertanto l’occasione del matrimonio era una delle poche circostanze in cui la famiglia della sposa poteva dimostrare il proprio prestigio.

Per questa ragione il capo-famiglia faceva sacrifici a volte enormi per dare ad ogni figlia una buona dote. Questa consisteva di solito in lenzuola, tele da pagliericcio (pajòn), le ìntimeLe intime dei cuscini o delle coltrici erano costituite da una tela robusta con trama ed ordito molto stretti onde rendere difficile la fuoruscita della piuma., le federe dei cuscini, alcuni chili di piume, camicie, maglie di lana o di cotone, sottane da festa e da lavoro, travèrse (grembiali), fassoetóni (fazzolettoni) per l’estate e per l’inverno, fazzoletti da naso, moéte ed oggetti da lavoro (forbici, agorài, córti, ecc.).

Le famiglie abbienti aggiungevano del denaro o qualche oggetto d’oro. Veniva fornita inoltre una cassa di legno per contenere il corredo, ed infine il comò. La quantità delle lenzuola dipendeva pur questa dalle risorse economiche della famiglia e comunque ogni sforzo veniva compiuto perché essa fosse notevole in previsione d’una numerosa prole; proverbiale era il detto: fiòi e nissiòi no i se mai massa (figli e lenzuola non sono mai troppi).

Per la dote si cercava di fare dunque ogni possibile economia, impegnandosi anche in lavori fuori casa, ad esempio mettendo a servizio presso qualche famiglia della città la figlia fidanzata onde ricavare del denaro.

Spesso, nonostante questo, non si riusciva a dare alla sposa che qualche paio di lenzuola, un solo cambio di indumenti ed un pajòn. Se poi la ragazza si sposava senza onór, non aveva diritto a niente, come si dirà nell’argomento del filò. Questa era la norma dei tempi passati.


Note:

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